È arrivato di nuovo quel periodo: riflessioni sulla ricerca di nuovi assistenti personali

I guanti in nitrile “per uso medico” sono in offerta al supermercato, sto cercando ancora una volta di schematizzare la mia vita in una tabella divisa per colori, e tra poco potrò dirvi a che ora farò la doccia… in novembre. Tutto questo può voler dire soltanto una cosa… è tempo di ricerca di assistenti personali. Per chi non lo sapesse, un assistente personale è qualcuno che assiste le persone con disabilità con tutte quelle azioni decisamente imbarazzanti e non sexy necessarie a sopravvivere… vestirsi, lavarsi, andare in bagno, sistemare le mutande andate in mezzo al sedere da quando ti sei alzata stamattina, ma che non hai avuto un momento di calma per aggiustare.
In pratica, tutto ciò che ha a che fare con la pura sopravvivenza e la cura personale e che pensavi fosse sacro, probabilmente il mio assistente l’ha fatto.
Una cosa che distingue “noi disabili” dal resto del mondo è che dopo un certo periodo di tempo tutto questo smette di sembrare strano, e appare alquanto discutibile solo se tolto dal suo contesto.
Per esempio, vi assicuro che non mi farei molti amici non disabili, o in ogni caso non gente chic, se annunciassi che pago una persona tutte le notti per togliermi le mutande.
È fin troppo facile dimenticare che, nella maggior parte degli ambienti, non c’è un modo legittimo per interpretare l’idea.
Inutile a dirsi, mi sono dovuta inventare altri argomenti di cui chiacchierare alle feste.
Anche se a questo punto ci sono abituata, c’è ancora una leggera nota di comicità nervosa all’inizio di un periodo di reclutamento, mentre mi appresto a pubblicizzare l’opportunità di un lavoro, forse l’unico lavoro oltre all’infermiere che include il bagno, la doccia, il cambiare a qualcuno i vestiti e i soldi senza rientrare in quella categoria di secondi lavori degradanti che non racconteresti mai a tua nonna.
Scrivere l’annuncio assomiglia a uno strano ibrido tra una presentazione personale, un’offerta di lavoro e un’autobiografia, mentre scorro la bacheca online degli annunci di lavoro cercando di trovare un posto per il mio esecutore di funzioni vitali essenziali in mezzo alle richieste per insegnanti privati, assistenti di ricerca, addetti alle pulizie domestiche e custodi di pappagalli.
“Studentessa con una disabilità”… no, troppe parole, “Studentessa disabile”… I giochi con le parole vanno avanti per un po’ mentre cerco di far sembrare che pulire sederi sia una cosa divertente, formativa, e che ti cambia la vita più di quanto lo siano fare il lavapiatti, lavorare come barista o distribuire popcorn alle partite di calcio.
E poi arrivano le email, con le persone che chiedono informazioni su cosa dovranno fare esattamente, e lascio “incluso ma non limitato a”, per indicare che le abilità necessarie potranno anche voler dire essere bravi a preparare il porridge, togliere una patatina di ieri dal sedile della mia carrozzina, o assicurarsi che il mio Miralax non si raggrumi sul fondo del mio latte mattutino. Poi c’è il primo giorno, che spesso sembra uno strano appuntamento lampo andato un po’ più veloce del previsto. Non c’è niente come l’avere un nuovo assunto (leggi: estraneo deambulante) che apre la porta della tua camera il primo giorno di lezione, parlare con lui o lei dei vostri colori preferiti e dei segni zodiacali e, pochi momenti dopo aver scoperto di avere lo stesso film preferito, ritrovarsi nella doccia. E non dimentichiamo il Silenzio Imbarazzato, mentre mi abituo all’ennesimo “compagno di bagno” e spiego che “non cammino” significa in realtà: non cammino senza il deambulatore che ho menzionato nella breve introduzione sulla mia disabilità. Ben presto, i miei amici a casa conoscono i Buoni e i Cattivi della legione degli assistenti, senza dimenticare le brevi apparizioni di quegli assistenti sostituti dei turni di notte che rispondono al cercapersone quando meno me lo aspetto (è sempre una gioia fare le presentazioni durante un viaggio notturno al bagno con gli occhi impastati!).
Curva sul mio laptop, mentre leggo i curriculum, mi viene in mente tutto questo, e incrocio le dita sperando che l'”esperienza nel lavoro di cura” dei candidati si riferisca a qualcosa di più che badare a una pianta da appartamento. E poi c’è quel momento magico in cui finalmente trovo qualcuno, e ahimè, so che dopo tutto non rimarrò intrappolata nel letto a mangiare bon bon.
Rispondere a una e-mail di conferma dicendo “Grazie per l’interesse! Faremo la cacca insieme tra pochissimo!” probabilmente non attirerà i nuovi dipendenti, quindi digito un veloce “Sarò lieta di lavorare con te!”, e l’avventura ricomincia.

(“‘Tis The Season: Thoughts on Hiring New Personal Assistants” di Kathleen Downes; traduzione di Maria Chiara Paolini)

2018-09-06T11:40:50+00:00