Senigallia – Interventi di Maria Chiara, Elena e Marta

Manifestazione Liberi di Fare del 10 giugno 2018 a Senigallia (AN).

Trascrizione

ELENA:
Ciao a tutti, scusate l’attesa, grazie davvero ai Momo duo & Friends per aver suonato oggi, e grazie a tutti per essere venuti! Allora, perché siamo qui. Perché siamo qui? Vai Chiara

CHIARA:
Siamo qui per manifestare per un diritto, il diritto all’assistenza personale per le persone disabili. L’assistenza personale? Consiste nel ricevere dei fondi appositi ed utilizzarli per assumere assistenti, che ti aiutino con le attività di tutti i giorni.
È un diritto con una storia che parte dagli anni ’60.
Non ci siamo svegliate una mattina dal nulla, non è un diritto che è venuto su dal niente. È frutto di decenni di lotte, e ovviamente non è stato ancora conquistato, se no non saremmo qui.

ELENA:
È un concetto che arriva dall’America, un po’ come il Mac Donald. Tutto è iniziato con uno studente disabile, Ed Roberts. No, aspettate. Non è stato subito uno studente universitario, perché all’università non ce lo volevano: era “troppo disabile”, secondo loro. Poi però Ed Roberts ha fatto un casino della miseria chiamando i giornalisti e alla fine lo hanno ammesso all’università, in California. Solo che per vivere in università aveva bisogno di assistenza personale. Cioè di persone che lo assistessero in tutti i suoi bisogni, pagate con fondi universitari. E dopo alcune battaglie questi fondi li ottenne, poté fare l’università, diventare direttore di un po’ di cose, vari uffici ed enti, farsi una famiglia, viaggiare, costituire un gruppo di attivisti disabili che hanno tipo messo le basi per i diritti civili delle persone disabili in America e tante altre cose. Ed Roberts è stato tipo Martin Luther King, però sui libri di scuola non si studia.

CHIARA:
Il concetto della persona disabile che diventa datore di lavoro dei propri assistenti è piuttosto innovativo considerati i precedenti storici. Cioè considerando il fatto che storicamente la disabilità è stata sempre considerata una tragedia personale, una sfiga, un destino peggiore della morte. Questa concezione, anche, ha fatto sì che le persone disabili venissero relegate nelle case di cura, quindi in strutture tipo case di riposo, oppure in casa. Le persone disabili venivano viste come persone passive, da accudire quando andava bene, da segregare quando andava male. E per le persone disabili è difficile contrastare questa concezione se non hanno l’assistenza personale, perché di base non possono neanche uscire di casa in modo indipendente dai familiari. Se poi ce li hanno, i familiari, perché non è detto. Quindi vedete, è un po’ un serpente che si morde la coda.

ELENA:
Quindi, come fa il concetto di assistenza personale a arrivare dall’America in Italia? Un ragazzo tedesco che si chiama Adolf Ratzka, disabile in carrozzina, va in America a studiare. Conosce Ed Roberts e company, inizia a assumere assistenti pure lui, vede che la vita così è una pacchia e può fare tutto quello che vuole, e esporta il modello in Europa. In Svezia, precisamente. In Svezia la politica si dimostra intelligente e capisce che è una questione di diritti civili, e inizia a non dare più i fondi alle strutture segreganti, ma li dà direttamente alle persone che si assumono le persone che si scelgono loro.
Ratzka è vivo e vive in Svezia. Là l’assistenza funziona, nel senso che la maggior parte delle persone disabili può decidere della propria vita indipendentemente dai propri familiari proprio perché può assumere personale esterno.

CHIARA:
Poi il concetto di assistenza personale è arrivato poi in altri paesi. E spesso si è scontrato con la resistenza ottusa della politica. Degli interessi economici delle case di cura, la “soluzione” che è ancora nel 2018 in Italia è quella di default per le persone disabili che non hanno famiglia o amici che li possano assistere. Potremmo dire senza esagerare che le case di cura sono simili alle prigioni, a parte il fatto che i carcerati non hanno commesso alcun reato se non essere disabili. Nelle case di cura spesso avvengono abusi, perché si vengono a creare squilibri di potere. Non puoi uscire quando vuoi, mangiare quando vuoi, lavarti quando vuoi: devi sottostare a orari che hanno deciso altri, e questo presto o tardi ti sfianca. Non scegli tu chi ti accompagna in bagno. Si offre un servizio pessimo – perché anche se in alcune case di cura il servizio è migliore che in altre, ovunque non ci sia libertà il servizio è in ogni caso pessimo – in cambio di rette alte, su cui ovviamente si specula.

ELENA:
Un altro ostacolo all’assistenza personale è costituito dagli interessi economici di alcune cooperative di assistenza, che mettono all’ultimo posto le esigenze della persona disabile e sfruttano i lavoratori, speculandoci, un po’ come alcune cooperative che si occupano di migranti. Si tratta tra l’altro di servizi che ti concedono poche ore a settimana, perché c’è ancora l’idea che non vadano supportate le persone disabili affinché possano vivere autonomamente, ma che ad essere aiutate debbano essere le loro famiglie: aiutate ad assisterli. E quindi ci sono persone che hanno 50 anni, che vivono principalmente assistite dai genitori o dai partner, perché non hanno scelta. In Italia c’è il problema dei bamboccioni, no? Figli che rimangono a vivere coi genitori fino a 35, 40 anni. Perché ovviamente non ci sono le condizioni lavorative giuste.
Ecco, per molte persone disabili adulte è questa la situazione, anche se magari un lavoro ce l’hanno.

CHIARA:
La rete Liberi di Fare è una rete informale di attivisti volontari sparsi in tutta Italia. Abbiamo organizzato varie manifestazioni sincronizzate in questi 3 giorni in tante città italiane e chiediamo un fondo nazionale per l’assistenza autogestita, che sia basato sui bisogni reali delle persone. Al momento, alcune persone sono assistite dai genitori che sono stati costretti a lasciare il lavoro, altre devono dar fondo ai risparmi per avere qualche ora di assistenza, altri sono reclusi e non fanno una scelta autonoma da tempo. Forse siamo stati troppo abituati a rappresentazioni tragiche della disabilità in tv, troppo influenzati da politiche che relegano la disabilità a una cosa di cui ci si può occupare solo nel volontariato. Ci vuole innanzitutto un necessario cambio di prospettiva, e mettersi in testa che la disabilità è materia di diritti civili.

ELENA:
L’assistenza personale è un diritto civile, come il diritto di voto per le donne, come i diritti per le persone lgbt per cui si sta ancora lottando, come il diritto all’educazione.
Diritti, non carità.

MARTA:
Io ho scritto un discorso sull’importanza di manifestare e di prendere coscienza a livello nazionale di quello che sta succedendo.
Come disse Ignazio Silone (antifascista) “„«La libertà non è una cosa che si possa ricevere in regalo (…) Si può vivere anche in paese di dittatura ed essere libero, a una semplice condizione, basta lottare contro la dittatura. L’uomo che pensa con la propria testa e conserva il suo cuore incorrotto, è libero. L’uomo che lotta per ciò che ritiene giusto, è libero. Per contro, si può vivere nel paese più democratico della terra, ma se si è interiormente pigri, ottusi, servili, non si è liberi; malgrado l’assenza di ogni coercizione violenta, si è schiavi. Questo è il male, non bisogna implorare la propria libertà dagli altri. La libertà bisogna prendersela, ognuno la porzione che può.»
Oggi siamo qui a prendere la nostra libertà, siamo qui per chiedere la libertà di tutte le persone con disabilità, anche quelle che non sono qui. Siamo qui perché abbiamo solo questa vita per impegnarci e per muovere le coscienze e le piazze, come dice Don Ciotti, abbiamo solo questa vita!
Abbiamo solo questa vita per dire che la disabilità non è dettata da una cartella clinica, ma è dettata dalla società che ci rende tutti disabili, quella società che non fornisce gli strumenti per abbattere le barriere, ma anzi crea barriere!
Abbiamo solo questa vita per far capire a questo governo che non siamo dei panda da chiudere nel recinto e proteggere! Che la famiglia non è il luogo della cura, ma è il luogo per essere liberi di fare!
Abbiamo solo questa vita per dimostrare che un ministro ad hoc, senza portafoglio, serve solo a creare segregazione e differenza!
Le persone con disabilità non sono gattini da accarezzare e sorridere, ma sono persone, come le altre, che hanno diritti!
E come hanno scritto ieri al Pride “I diritti sono come un raggio di sole, se io mi abbronzo, a te non rubo niente” e io aggiungo, il sole deve esserci per tutti, e tutti dobbiamo manifestare e lottare affinché tutti possano abbronzarsi.

Grazie!

2018-06-17T14:49:00+00:00