L’assistenza non è solo per i cosiddetti “disabili gravi”

C’è un numero sorprendente di persone disabili con autonomia ridotta che pensano che, tutto sommato, l’assistenza personale non gli serva.
Il problema di base è ovviamente che le istituzioni non danno proprio sufficienti fondi, e quindi ognuno è costretto ad arrangiarsi come può con le proprie risorse.
Ad alcuni, però, non piace proprio l’idea dell’assistenza personale, e affermano che preferirebbero comunque avvalersi soltanto dell’aiuto di amici e familiari.

Ogni scelta è libera e sacrosanta, per carità, ma farsi assistere dagli amici, per quanto rafforzi l’amicizia o tutto quello che volete, in molti casi semplicemente non può costituire l’unica soluzione.
Chi ha autonomia ridotta deve poter essere messo in condizione di non essere costretto a chiedere aiuto ad un amico per le commissioni, di non dover chiedere a qualunque conoscente se è disponibile per accompagnarlo ad un concerto, di non dover costringere sua madre a restare sveglia fino a tardi se esce di sera, perché poi deve essere aiutato a mettersi a letto.
Sapete quante sono le donne disabili (in misura minore, anche uomini) che rimangono invischiate in relazioni abusive perché magari il partner non disabile costituisce una fonte di assistenza difficile da sostituire?

“Non mi piacerebbe avere un servetto pagato dallo stato che mi segue” abbiamo sentito dire da una donna in carrozzina. Questa è una concezione deleteria dell’assistenza personale. Perché quello che lei chiama “servetto” è una persona che sì, è lì apposta per te, ma questo non significa che deve essere la tua ombra: è una figura che ti permette di essere libero, e può allontanarsi o fare un passo indietro quando tu lo desideri.

Un’altra frase sentita da una persona in carrozzina è che per lei non sarebbe bello “andare al lavoro con la badante”.
Queste due persone vivono con l’aiuto di amici e familiari, ma è fondamentale che si rendano conto che non tutti sono così privilegiati da poter contare su una rete di persone che li aiutino. C’è chi ha bisogno di assistenza 24h e sì, va a lavorare o a studiare o a fare volontariato con l’assistente, ed è una delle cose più liberatorie che ci possano essere.
Chi snobba la figura dell’assistente spesso ha interiorizzato talmente tanto le aspettative del mondo esterno che si è dimenticato delle proprie necessità.

Alcune persone disabili (soprattutto chi è parzialmente autonomo) ricercano l’autonomia a tutti i costi, il poter dire “l’ho fatto da solo”, anche nei casi in cui questo significa faticare il doppio a fare le cose, o magari metterci più tempo, o rinunciare a farne tante altre.

Chi l’ha detto che l’assistenza personale è solo per chi è quasi immobilizzato? Un aiuto con le faccende domestiche, le commissioni, la cucina sarebbe più che utile anche per alcune persone paraplegiche (che hanno solo mobilità ridotta delle gambe) e che la scarsità di fondi costringe ad arrangiarsi. Mica tutte le persone paraplegiche sono giovani o campioni paralimpici!

Il problema è che molti di loro non pensano di aver bisogno neanche di qualche ora di assistenza, perché tutti intorno a loro gli dicono che l’assistenza è solo per i cosiddetti disabili “gravi”. E anche nei casi in cui sarebbe possibile richiedere qualche minimo contributo, molti di loro fanno i salti mortali ogni giorno per fare tutto ciò che devono perché pensano che il tema assistenza non li riguardi.

Certo, è tutt’altro che facile diventare consapevoli che l’assistenza è un diritto qualunque siano le limitazioni funzionali dovute alla tua disabilità. Viviamo in una società in cui l’idea di dover fare tutto da soli viene valutata tantissimo. Tutto intorno a noi dice a chi è disabile di essere autosufficiente a tutti i costi, anche a costo di spezzarsi la schiena. Ai “Super Disabili” che appaiono in tv si fanno i complimenti perché sono “così autonomi nonostante tutto”, e perché “non fanno pesare la loro disabilità agli altri”. Farsi vestire, nutrire, aiutare in bagno da altri, spesso è ancora definito addirittura “indignitoso” nel discorso pubblico, e pochi si indignano per questo. Dire che la vita di chi non è autosufficiente ha dignità è ancora rivoluzionario.

Tutto spinge, insomma, a contare sulle proprie forze, a “fare da soli”, perché fare da soli è un po’ come se fosse il non plus ultra dell’integrazione: se fai da solo verrai accettato nel “magico mondo dei normali”. Non importa quanto devi sbatterti per riuscirci, l’unica cosa che conta è che non crei disagio agli altri e dimostri di cavartela da solo, così ti potranno anche dire che sei un eroe e non turberai nessuna coscienza.

Del resto, se tu sei il disabile eroe e stoico, nessuno deve sborsare fondi per te.

2018-08-18T14:19:04+00:00