Sei un giornalista? Clicca qui! 2018-06-17T14:55:34+00:00

Ciao, se sei qui vuol dire che vuoi occuparti di Liberi di Fare in un servizio, in un articolo o qualcosa del genere. 🙂

Il tuo contributo è fondamentale, perché informare l’opinione pubblica è molto importante affinché il discorso politico si evolva. Notiamo però che, quando si parla di disabilità, il linguaggio giornalistico è spesso antiquato, e se non si fa attenzione rischia di passare il messaggio sbagliato.

LINEE GUIDA per GIORNALISTI

Ti saranno utili per parlare di #liberidifare. Grazie!

Quando si parla di #liberidifare chiediamo di non usare toni pietistici o sensazionalistici. La disabilità è solo un’espressione della varietà umana, come l’identità di genere, l’origine etnica e l’orientamento sessuale. Non trattiamola come se fosse qualcosa di straordinario: circa il 20% della popolazione ha un qualche tipo di disabilità. La disabilità non è una tragedia: la discriminazione e la mancanza di opportunità lo sono.

Il pietismo crea distacco in chi legge, crea un “noi” e un “loro”: impedisce di empatizzare davvero perché impedisce al lettore di identificarsi. Fa sembrare che le persone disabili siano accessorie alla società, qualcosa di “altro”, e non ci aiuta nel percorso verso i diritti.

Bisogna essere consapevoli, quando si parla della lettera aperta di Maria Chiara e Elena che ha dato inizio al movimento, che non si parla di problemi individuali, bensì di una discriminazione generalizzata e strutturale verso le persone disabili.
Per ogni persona che ha la possibilità di raccontare e denunciare le sue dinamiche individuali, ce ne sono altre migliaia che vivono situazioni simili. Assicurati di chiarirlo nel tuo articolo.

È una questione di diritti civili: il movimento per i diritti delle persone disabili è un movimento per i diritti civili e umani come ad esempio quello delle donne, della comunità LGBT+, delle minoranze etniche.

È buona norma per un linguaggio giornalistico aggiornato e rispettoso evitare espressioni come:

– “costretto su una carrozzina”
– “persone speciali”
– “affetto da disabilità”
– “malati”
– “una persona Down”
– “meno fortunati”
– “persone che soffrono”
– “con diversabilità”

Queste espressioni promulgano idee di dipendenza e fragilità, mentre è necessario che le persone disabili sottolineino la propria forza e unità.
Il nostro movimento è sociale e si basa sul “Modello Sociale della Disabilità” (coniato da Mike Oliver in contrapposizione al “modello medico”), per cui la disabilità è causata più dal modo in cui è organizzata la società che dal deficit o limite della persona: è l’ambiente che deve cambiare e diventare inclusivo delle caratteristiche di tutti gli individui.

Quindi sì a:

– “Usano carrozzine” (perché la carrozzina è uno strumento di libertà)
– “sono ciechi/sordi”
– “una persona con la sindrome di Down”
– “sono disabili/hanno una disabilità”
– “persone disabili/persone con disabilità”

Queste espressioni sono quelle generalmente accettate e preferite dalla maggioranza delle persone disabili, ma fai attenzione a come la persona o il gruppo di persone di cui stai parlando sceglie di definirsi e prima di pubblicare controlla se i termini che hai usato riflettono la loro prospettiva e rispettano le loro preferenze.

Inoltre, la “prassi” sembra essere quella di presentare una persona disabile con nome, età e diagnosi medica, alla quale si dedica molto spazio – spesso insistendo in modo anche morboso sui particolari riguardanti la salute: ma la diagnosi medica è una informazione non essenziale ai fini di un articolo non scientifico che mira a denunciare un problema sociale.
Per di più, rendere pubblica la condizione di salute di una persona potrebbe portare a discriminazioni nel lavoro e non solo.
A meno che una persona non voglia liberamente renderla nota, non chiedergliela.

Altre espressioni da evitare:

– Non ha senso distinguere tra disabili “gravi” e “gravissimi”, perché non c’è una definizione univoca dei due termini, e perché sono termini strumentalizzati da alcuni per giustificare l’erosione del welfare. Liberi di Fare si batte per il diritto all’assistenza personale per tutte le persone disabili che ne hanno bisogno, secondo le diverse necessità individuali.

– Dire “dipendere dai familiari” è migliore rispetto a dire “gravare sui familiari”.
C’è già più attenzione in genere, almeno nel linguaggio, sul punto di vista delle famiglie delle persone disabili piuttosto che sulla voce delle persone disabili stesse. La mancanza di assistenza è una condizione di prigionia per entrambe le parti, e su questo non ci piove. Ma la questione riguarda innanzitutto le persone disabili e di conseguenza il linguaggio deve mettere l’accento su di loro e ruotare intorno a loro. Inoltre “gravare” promuove la concezione delle persone disabili come fardello e peso, un messaggio già molto diffuso e assolutamente tossico.

È essenziale che vengano sottolineati concetti come “indipendenza” e “cittadini con diritti”.
Cerchiamo insomma di evitare la troppa medicalizzazione e il pietismo, e di spingere il discorso pubblico verso la consapevolezza che si tratta di una questione urgente di ingiustizia sociale e di diritti umani. Cerchiamo di aggiornare la comunicazione sulla disabilità!

Per informazioni e interviste scrivici a info@liberidifare.it

Ecco il nostro comunicato stampa.

“Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. Pretende il funzionamento dei servizi sociali. Tiene continuamente in allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”
(Giuseppe Fava)